Dario Galimberti: Home

Il calice proibito



Prologo

     Striduli alternati, sparsi, monotoni, provenienti dall’erba, scandivano il silenzio. Un suono profondo, tremolante, ululante, echeggiante tra gli alberi, ne rompeva il ritmo. Il grillo dei campi e l’allocco maculato stavano orchestrando i suoni della notte.
     La casa era immersa nell’oscurità. La quiete avvolgeva il bosco di querce, i pascoli circostanti e i radi edifici disseminati nella campagna.
     Mia non riusciva a dormire: si girava e si rigirava. Vedeva il comodino e guardava in continuazione l’ora sulla sveglia digitale, erano le 00:05. Il tempo non passava. Una moltitudine di pensieri la sollecitavano e si davano il turno per tenerla sveglia. Neanche un aguzzino, in un interrogatorio da film spionistico, le avrebbe martellato la mente in quel modo.
     Mentre si girava verso il muro e sistemava il cuscino, rifletteva su come rilassarsi. “Adesso mi alzo e bevo una camomilla. No! Non mi va di alzarmi: odio questi momenti. Che stupida, non dovevo cenare a prosecco e stuzzichini.”
     L’indomani avrebbe consegnato il suo lavoro. “Spero che mi paghino in contanti” pensava. “In sei mesi non mi hanno dato neanche un acconto. Tutte le spese le ho sostenute io: ma domani mi rimetto in sesto.”
     Si arrotolava sotto il piumone cercando la giusta posizione, ma non la trovava. I suoi occhi stanchi scrutavano il buio alla ricerca dell’ora, con la speranza che il tempo le fosse sfuggito. Le cifre luminose, anche se diafane al suo sguardo affaticato, non lasciavano dubbi: dall’ultimo controllo erano trascorsi solo pochi minuti. Il sonno non sopraggiungeva.
     “Appena riceverò i soldi pagherò Bruno e Peter: mi sono stati di grande aiuto. Rimborso la carta di credito e ritorno in nero sul conto della banca. Pagherò anche gli arretrati dell’affitto: non dovrò più evitare il padrone di casa.” Sollevò il cuscino e lo mise sopra alla testa.
     “Devo cambiare detersivo. Con i soldi che riceverò domani ne comprerò un altro, uno di marca, che abbia un odore gradevole: profumo di fiori o di frutta, magari limone. L’odore rancido di questo detersivo a buon mercato lo odio.” Tolse la testa da sotto il cuscino e lo appallottolò: faceva caldo. “Spero che siano contenti del lavoro che ho fatto, l’impegno è stato grande.
     Mi dispiace per quell’incongruenza nel triclinio, quella sala da pranzo mi ha fatto impazzire. Devo aver sbagliato a rilevare la misura della profondità del locale. L’adattamento grafico che ho fatto mi pare adeguato.”
     Spostò il cuscino di lato e riprovò a dormire ma senza successo, la sua mente macchinava ancora. Erano 00:32.
     “Non vedo l’ora di vedere pubblicati i miei disegni. Speriamo che i grafici non li facciano diventare grossolani. Non credo, di solito sono essenziali perché devono essere comunicativi e immediat...” Le palpebre di Mia si chiusero, e alle 00:57 si addormentò.

1:27. Un tonfo sordo echeggiò nel buio.
     Mia aprì gli occhi di colpo e immobile nell’oscurità si mise ad ascoltare. Non muoveva un muscolo e attenta cercava di percepire un qualunque rumore: la quiete incombeva. Rilassata dal rassicurante silenzio si girò verso la porta della camera, aggiustò il cuscino, avvolse a bozzolo il piumone e si rannicchiò nella sua abituale posizione fetale. Un bagliore illuminò per un istante la fessura sotto la vecchia porta di castagno e poi il buco della serratura, proiettando la forma della toppa sul muro.
     Mia spalancò gli occhi, ormai sveglia ma ancora intontita dal breve sonno, si mise supina, e utilizzando il cuscino come supporto, sollevò la testa per meglio osservare l’ingresso della sua camera. “Bruno e Peter non possono essere: rientreranno nell’appartamento domani sera, al lunedì vanno al Poli.”
     Non aveva più dubbi, in cucina ci doveva essere qualcuno ed era terrorizzata: si chiese chi potesse essere. L’andirivieni incostante dei fasci luminosi, che filtravano attraverso le innumerevoli fessure della porta, la convinsero che quelle luci erano prodotte da torce elettriche.
     S’impaurì ancora di più quando l’intensità dei fasci aumentò: qualcuno stava per entrare nella sua camera. Dalla finestra non poteva fuggire: troppo alto. In pochissimi istanti decise cosa fare. Senza staccare lo sguardo dalla porta e con le orecchie allertate, si tolse, con movimenti veloci, il pigiama, rimanendo con solo gli slip addosso.
     La maniglia in ottone antico si abbassò al rallentatore e produsse il consueto scricchiolio: Mia sudava freddo. In una frazione di secondo agguantò i jeans e la t-shirt, che si trovavano sulla sedia vicino al comodino, e con un leggero colpo di reni spinse il suo corpo verso il bordo del materasso, si lasciò scivolare a fianco al letto e con rapidità si infilò sotto. Trattene il respiro e rimase immobile nell’oscurità.
     La porta si aprì e un fascio di luce raggiunse il cuscino, percorse il letto e si soffermò per qualche istante sul pigiama stropicciato.
     A Mia le parve di sentire il suo cuore impazzito che faceva un rumore infernale, come se volesse uscire dal corpo. Si rammentò di Edgar Alan Poe e del racconto Il cuore rivelatore. “Non può essere: nessuno può sentire il mio cuore che batte.” Era invasa da un’invincibile paura e incapace di reagire, aveva gli occhi sgranati e non muoveva il più piccolo muscolo del suo giovane corpo.
     Il fascio di luce si spostò dal pigiama stropicciato, e percorse rapido tutta la camera, soffermandosi di tanto in tanto in altri anfratti del locale.
     «Il n’y a personne».
     «Come?»
     «La ragazza non c’è» disse una voce femminile, con un forte accento francese.
     «Ok, vieni che ho quasi finito» fece una voce maschile dalla cucina.
     Mia ruotò la testa di qualche grado e cercò di vedere, da sotto il letto, l’intrusa. Dalla sua prospettiva scorgeva solo un corpo dalla vita in giù.
     La figura, che non si era mossa dallo specchio della porta, si girò e scomparve. Mia per pochi istanti vide in controluce oltre le gambe della persona, un braccio teso verso il basso, una mano e l’inconfondibile sagoma di una pistola con un grosso silenziatore: i battiti del suo cuore ebbero un’ulteriore accelerazione. Il terrore che provava, alla presenza di quei pericolosi estranei, la stava annientando. Le mancava il respiro, le doghe del letto sembravano avvicinarsi e allontanarsi e la sua mente era in una sorta di vortice: una sensazione così orribile non l’aveva mai avuta. Stava sudando ma sentiva freddo. Aveva dei conati di vomito che trattenne a fatica. Il tempo non passava e i secondi sembravano eterni.
     Le luci delle torce e i rumori in cucina scomparvero, mentre il silenzio della notte fu rotto dal rombo di un motore che si allontanava.
     Mia, sempre immobile sotto il letto, non riusciva a muoversi: sembrava paralizzata.
     “Devo uscire da qui sotto. Devo trovare il coraggio di uscire, ormai è un po’ che non sento nulla. Se ne saranno andati. Di sicuro l’auto che ho sentito era la loro.”
     Con prudenza, ondeggiando il corpo, si trascinò da sotto il letto. Appena fuori restò ferma ancora per alcuni minuti e rimase in ascolto. Era persuasa: in casa non c’era più nessuno, e dal silenzio che circondava il suo appartamento, in quella casa di campagna, sembrava pure che non ci fosse nessun altro al mondo.
     Si alzò, infilò i jeans e la t-shirt, e circospetta si diresse verso la cucina.
     Stava per accendere la luce quando sentì di nuovo un rumore. Si bloccò. Dei passi sulle scale la riportarono nel panico: era di nuovo sopraffatta dallo sgomento. “Stanno ritornando.”
     Senza fare il minimo rumore, rapida ritornò sotto il letto. I suoi occhi erano umidi: tremava e aveva una gran voglia di piangere.
     Ancora la luce di una torcia elettrica ruotò dapprima in cucina, poi forse nelle altre camere e infine nella sua.
     Dalla sua postazione vedeva delle gambe: non erano più quelle della donna di prima ma di un uomo. Anche questi non andò oltre lo specchio della porta: la camera di Mia era così piccola che con un colpo d’occhio si assimilava il contenuto.
     L’uomo si girò, e il tipico suono digitale della tastiera di un cellulare ruppe il silenzio della notte: l’intruso stava telefonando.
     Mia, sull’orlo di una crisi di nervi, trattenne le lacrime a stento. Aveva paura. Gli era andata bene due volte, era riuscita a non farsi scoprire ma non sapeva fino a quando sarebbe resistita. Ferma e rigida sotto il letto, con il respiro al minimo, stremata e priva d’ogni energia, si addormentò.
     Si svegliò. Impaurita e con il pensiero offuscato guardò la porta della sua camera. Non sapeva più se aveva sognato o se le brutte cose che aveva in mente le erano successe per davvero. Non sentiva rumori e non vedeva luci, decise di uscire dal suo miracoloso nascondiglio. Erano le 2:47.
     Titubante si alzò e accese la luce. Percorse l’andito che separava la camera dall’ingresso: indugiò. Si soffermò davanti al bagno e sospinse la porta. Non c’era nessuno. Con un’occhiata si accertò che tutto fosse in ordine.
     Procedeva esitando. Non appena fu in cucina impallidì. Un senso d’angoscia la prese, le mancava il respiro e tutto pareva roteare. Barcollò per un attimo e si sostenne appoggiandosi al frigo. Si riprese a fatica, attraversò la cucina sottosopra, e si precipitò verso il suo tavolo da lavoro, posto in un angolo dello spazioso locale.
     Il suo portatile non c’era più. Anche lo scatolone con le stampe di prova del rilievo era stato rubato. La parete dove vi erano appesi i disegni corretti a mano era vuota.
     Si girò verso la libreria: vuota. I quaderni con le brutte, i sottomani, le fotografie, la documentazione storica, la corrispondenza, tutto scomparso. Mia era sconvolta dall’inaspettata sorte avversa e aveva le lacrime agli occhi. Si abbasso sotto il tavolo e allungò la mano per cercare l’armadietto di metallo antincendio, che conteneva il disco esterno di backup, le chiavette USB da campo e gli schizzi originali: scomparsi.
     Con la schiena contro il muro si lasciò scivolare per terra e si rannicchiò tenendosi le ginocchia. Il suo viso era uno straccio ed esprimeva una disperazione inconsolabile. Aveva gli occhi socchiusi e umidi e guardava la stanza senza vedere nulla. La delusione e lo sconforto irruppero nel suo animo e nel suo cuore. Un grande senso di impotenza, di vulnerabilità e di rabbia l’afferrarono. Si mise le mani davanti al viso e iniziò a piangere dapprima in silenzio, sommessa, e poi a dirotto.

     Un preciso ordine fece rimanere l’intruso sconosciuto appostato nelle vicinanze: «Rimani nella zona e sorveglia la casa. Riceverai istruzioni».
     Due ore dopo un SMS giunse allo sconosciuto con lo scopo di raccogliere altre informazioni.
     La risposta:
     Sono entrato come previsto e all’ora prefissata. Qualcuno aveva già fatto visita all’appartamento e tutto il materiale che ci interessava era già stato prelevato. Non so da chi. Dai brevi indizi che ho raccolto la ragazza non è in casa, forse non è rientrata o forse è stata rapita. Credo che in quella casa non ci sia più nulla che ci possa interessare. Propongo di spostare l’attenzione in altri luoghi o su altre persone.
     Il nuovo messaggio:
     Ok. Rientra. Riceverai altre istruzioni.