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L'angelo del lago



Autunno 1935

     «Chiamatemi Ismaele!» tuonò apocalittico Ismaele Marcacci, alzando l’indice al cielo e strabuzzando gli occhi, a un branco di monelli che stavano schernendo il motto inciso a fuoco sul suo carretto d’ombrellaio: Da Ismaele, riparazioni di stecche e tele. Il Marcacci usava spesso la citazione di Moby Dick, declamandola come un solenne monito all’umanità. Chi lo conosceva bene, però, sapeva che l’uomo non aveva mai letto il romanzo di Melville, e quell’incipit, citatogli alle elementari dal maestro Spina, era solo un suo ossessivo intercalare.
     I monelli, con le pezze al culo e gli zoccoloni di pioppo, si allontanarono per nulla intimoriti dall’ombrellaio, per avvicinarsi quatti quatti a un carretto molto più stimolante, quello dei sorbetti e delle mele candite di Torquato Postizzi. L’omone, avvolto fino alle ascelle in un grembiule bianco che pareva recuperato da una deriva di lago, incitava le mamme di passaggio a provare le nuove specialità. I monelli avevano in mente un ghiotto furto, ma Torquato non si fece sorprendere, e li anticipò, sfoderando dal bancale del carretto una robusta stanga di castagno stagionato, antico, di quelli che hanno sorretto generazioni e piegato altre. I giovani se la diedero a gambe, inforcando di gran carriera il porticato di una viuzza e trottando sui ciottoli.
     «Frutta! Frutta fresca e genuina! Frutta e verdura!» gridavano due donne da dietro un carro bancarella ricoperto da cassette di legno e ceste di vimini colme di mele, pere, fichi, uva, zucche e castagne. E altri strillavano: «Pesce! Pesce persico! Alborelle! Anguille!». E altri ancora: «Polli! Polli ruspanti! Galline! Uova fresche!». Dappertutto le grida s’intercalavano, si sovrapponevano e s’intrecciavano con il dolce vociare della gente al mercato.
     Quella mattina di un autunno degli anni Trenta, tra le vie e le piazze del vecchio borgo di Lugano, la giornata iniziò a pulsare placida come sempre.
     «Fermati! Fermati! Brutto ladro. Ti ho riconosciuto. Fermati! Accidenti a te». Gino Bianchi, detto Gin, uscì di corsa dalla sua osteria-emporio in contrada Verla, gridando a squarciagola e lanciando epiteti in direzione di un giovane sciupato, di media statura, che portava un cappellaccio da guascone. Il ladruncolo se la stava filando verso via Ceresio, dopo avergli rubato un vaso di ciambelle all’anice, che il buon Gin teneva in una scaffalatura di legno nei pressi dell’ingresso.
     Il giovane gendarme Albino Frapolli, a pochi metri di distanza dall’emporio, intento ad ascoltare le solite lamentele del dottor Riva a proposito di un disatteso ordine pubblico, si voltò di scatto. Il vociare di Gin aveva attirato l’attenzione di tutta la contrada.
     Il tutore dell’ordine si congedò senza un minimo di convenevoli dal suo illustre interlocutore, e partì all’inseguimento del furfante, che pareva un camoscio tra le rocce mentre zigzagava tra i passanti.
     Il ladro, con il vaso di ciambelle stretto fra il braccio destro e il fianco ossuto, si precipitò a gambe levate lungo via Ceresio, a sud, verso il lago; Albino Frapolli dietro di lui come un indomito levriero.
     La gente della contrada si distolse per un attimo dalle faccende quotidiane e s’improvvisò pubblico del rocambolesco inseguimento.
     Il fuggitivo correva radente la facciata di levante della chiesa di Sant’Antonio. In un attimo percorse un breve tratto di strada e voltò a destra in via Vegezzi. Il Frapolli lo vide di sfuggita girare l’angolo e aumentò la sua velocità. Il ladro si faceva strada tra la calca di quel giorno di mercato, spintonando e sgomitando, incurante delle maledizioni che riceveva.
     Giunto in fondo all’isolato s’incanalò a nord per via Luvini-Perseghini, in direzione di piazza Dante.
     Il gendarme Frapolli non mollava e, sfruttando la breccia che il ladro aveva lasciato fra la gente, stava quasi per schiacciargli le calcagna. «Il Giro della Lüzina, questo mariolo mi sta trascinando in un giro tortuoso tra gli isolati. Accidenti a lui, ma quando lo acciuffo, avrà di che pentirsene».
     Piazza Dante di martedì brulicava di passanti, commercianti e venditori. Contadini discesi dai paesi limitrofi per vendere al mercato i prodotti della loro terra e tramutare i miseri guadagni in tutto quello che non riuscivano a reperire dalla natura. Da Gin Bianchi trovavano le stringhe per le scarpe, ma anche la cote per affilare la falce, gli zolfanelli, il cartoccio di pepe, il tabacco da fiuto mentolato e altro ancora, come le famose ciambelle ticinesi all’anice con il grosso buco al centro.
     A testa bassa, il fuggitivo si ritrovò tra la folla della piazza, superò indenne i primi passanti, ma la sua corsa scriteriata non durò a lungo. Uno scontro inesorabile con un contadino, carico di ceste e gerle, fermò rovinosamente la sua fuga. Il vaso cadde rompendosi e le ciambelle rotolarono in ogni direzione tra i piedi dei passanti. Lo scompiglio aumentò quando i ragazzini e i monelli si precipitarono sul ghiotto contenuto.
     Albino Frapolli dovette rallentare il suo tallonamento, dato il parapiglia creatosi. Il giovane ladro si rialzò fulmineo, aggiustò il suo cappello, diede un’occhiata a tutta quella confusione, focalizzò il gendarme e riprese la fuga.
     «Fate largo! Fate largo! Lasciate spazio ai tutori della legge» gridava agitato il Frapolli. «Fate largo cittadini!». Riuscì a districarsi da quella bolgia e riprese l’inseguimento.
     Il fuggiasco imboccò via Carlo Battaglini e dopo pochi passi girò verso la scalinata di via alla Stazione. Al gendarme venne un colpo. Non ce l’avrebbe mai fatta a inseguirlo con quel ritmo fino in cattedrale o in stazione, ma non demorse.
     Il furfante, senza il vaso di ciambelle, pareva più agile e gli scalini li faceva quasi saltando. Albino Frapolli ebbe una stizza d’orgoglio e fece rispuntare un’agilità che credeva persa.
     Giunto all’incrocio con via Cattedrale, lo spericolato guascone si fermò un attimo a guardare il suo inseguitore che, ansimante, lo stava per raggiungere. Fece un ghigno beffardo e si precipitò di nuovo verso il centro.
     Accidenti a lui, pensò Albino, se entra in Sassello non lo trovo più.