Dario Galimberti: Home

Un'ombra sul lago



1934
Mercoledì 7 novembre

     «Era un vecchio che pescava da solo» direbbe Hemingway. Così Martino Airoldi pescava su una barca ad arcioni dalle 19.00 del giorno prima. Aveva tracciato il ramo orientale del Ceresio – da Castagnola a Caprino, da Gandria alle Cantine – e poi giù fino a Oria, San Mamete e ritorno. Incurante degli anatemi dei pescatori italiani, aveva sconfinato oltre il dovuto alla ricerca di un vecchio, solitario maschio di luccioperca che inseguiva da qualche anno. Raccontava di averlo visto sei volte. Snello, affusolato, oltre un metro di lunghezza per almeno venti chili di peso: un gigante. Ul Moby Dick lo chiamava. Tra ricordi fantastici e realtà distorte, a volte non sapeva se l’avesse visto per davvero o se fosse solo un fantasma che lo perseguitava. Gli altri pescatori lo prendevano in giro: «Ehi Martino, hai preso la balena del lago?». «Ehi Martino, niente pesci oggi, li ha mangiati tutti ul Moby Dick?». Lui non se ne aveva a male, di certo prima o poi li avrebbe smentiti appendendo al debarcadero la sua preda, era solo una questione di tempo e di pazienza.
     Seduto con la faccia alla prua, remava a voga a velocità lenta. Soffice, come se non volesse sollevare onde e disturbare i pesci. Sfiorava appena, con i remi a pala, il pelo dell’acqua, tant’è che la barca pareva immobile. Il tempo passava e non succedeva nulla. Nessun segnale dalle profondità. Aggrinzito dall’aria che accarezzava le gelide acque di novembre, aveva gli occhi sul monte Caslè e sull’alba che di lì a poco sarebbe sopraggiunta.
     Quante albe, pensava, ci siamo viste io e il Franconi. Lui a vogare e io all’aspo della tirlindana. Quanti pesci abbiamo preso io e quel vecchio tricheco: anguille, salmerini, persici, luccioperche e quant’altro per la gioia delle bancarelle, su al mercato, e per l’invidia dei pescatori di lanterne. E poi il buon Ercole, senza dirmi nulla, salutarmi, senza neppure fare un’ultima pesca, se n’è andato da un giorno all’altro. L’hanno trovato morto stecchito mentre preparava una lenza, di quelle lunghe per i fondali profondi, dove la bestia ama rintanarsi.
     Da quel giorno pescava da solo. Al telaietto girevole della tirlindana, dov’era avvolta la lenza, aveva appeso una campanellina che alla minima vibrazione tintinnava: quella di ottone del suo cane Brill, morto anche lui all’improvviso.
     «Accidenti a voi» fece ad alta voce. «Mi avete lasciato da solo a sbrigarmela con questo lago oscuro».
     Con gli occhi alla prua e le orecchie alla campanella del vecchio Brill, muoveva attento per non incagliarsi in qualche ramo ingannevole che le correnti di torbida trasportavano impunite.
     Tintintin
     Smise di remare. Senza distogliere lo sguardo dal dritto di prua e, con le orecchie all’aria, rimase immobile come uno stoccafisso.
     Tintintin
     La campanellina del Brill lo stava avvertendo: qualcosa aveva abboccato. Ritirò i remi in barca e, attento a non fare il minimo rumore, li appoggiò sul pagliolo. Con cautela sfilò l’aspo dal supporto.
     Un colpo, uno strattone e poi la vibrazione: una frustata inaspettata lo sbilanciò. «Per la miseria!» gridò. Con prontezza di riflessi recuperò le forze aggiogate dalla spossatezza e vigile si concentrò sull’attrezzo.
     «Ci siamo, è lui. Ne sono certo. Accidenti, stavolta non mi sfuggi. Lo sapevo che ti nascondevi da queste parti. Lo sapevo. Il Martino non si frega» fece ad alta voce palesando un sentimento di contentezza dirompente che tratteneva a malapena, ma che avrebbe voluto esprimere con un urlo. «Chissà se rideranno ancora quei pescatori di alborelle su al Cantinone, quando appenderò questo mostro al traliccio del pontile e lo solleverò ad altezza uomo tanto da farlo sventolare come un pappafico. Schiatteranno dall’invidia, scoppieranno dalla rabbia».
     Rallentò e iniziò a mollare il filo. Doveva evitare che il pesce tornasse nei fondali bassi della riva e puntò la prua verso il centro del lago, dove l’acqua era profonda e il pericolo di aggrovigliamenti raro.
     Quel pesce non si comportava come avrebbe dovuto, lo sentiva dai tremiti che gli arrivavano dalla tirlindana. Non pareva la luccioperca, ma una creatura del caos primitivo: un mostro guizzante delle profondità oscure, un leviatano dei laghi. Con movimenti antichi, precisi, iniziò a recuperare la lenza, piano piano, adagio, senza fretta. Appoggiò l’aspo sul pagliolo e cominciò a disporre il filo a spire precise.
     Avvolgeva e fantasticava, sorridendo sotto i baffoni a manubrio. Doveva essere più grosso di quello che si era immaginato, enorme. Un pesce così gli avrebbe cambiato la vita. La preoccupazione che il filo si rompesse, facendo fuggire il mostro, gli fece cambiare umore agitandolo. Iniziò a sudare. Con gli occhi spalancati e muovendo a piccoli scatti la testa, si mise a controllare tutto quello che lo attorniava: la barca, il lago, la lenza, le montagne, la riva. Vedeva ovunque quell’essere e una sua inaspettata e innaturale comparsa.
     La bestia avanzava, pesava, ma non si agitava: sembrava impaziente d’incontrarlo, affrontarlo a viso aperto e addentarlo con quei suoi canini affilati e sporgenti. Anni d’inseguimenti e ora erano lì a una decina di metri di distanza, pronti al duello per la sopravvivenza.
     «Eccolo, si avvicina. Lo sento. Su bravo, vieni bello…» bisbigliava il pescatore, mentre a fior d’acqua lo vedeva arrivare. «È grosso, accidenti quanto è grosso, ma cosa diavolo…».
     Un urlo tremendo echeggiò sulle sponde e rimbalzò tra le montagne dai versanti impervi, per smorzarsi tra le insenature nere e le gole rocciose che circondavano il lago. Poi vi fu un silenzio surreale, terrificante, da grande sonno.